|
|
|
Il 15° album in studio degli Iron Maiden (a dispetto del titolo sembrerebbe che non sia l'ultimo) è una dedica speciale ai soliti tromboni che dicono che i nostri sono finiti nel 1988 con "Seventh son of a seventh son". E ancora più speciale ai detrattori del nuovo corso con la lineup in sestetto. Quelli che, tanto per intenderci, sostengono che la produzione recente dei ragazzi sia spazzatura e che reclamano il licenziamento di Janick Gers una volta sì e l'altra pure. Bene, i Maiden sembrano dire: più ci criticano e più facciamo come ci pare. Bravi. Il record di lunghezza di "A matter of life and death"? Polverizzato. Gli arpeggi all'inizio dei pezzi? Potenziati. Le autocitazioni nei pezzi? Presenti più che mai. Visto che si dice che la musica è sempre la stessa... Però. C'è un però. Quello uscito in questi giorni è anche l'album più sperimentale mai prodotto nella ormai loro 30ennale carriera discografica. Non solo per la (criticatissima dai tromboni) intro "Satellite 15" che non ci azzecca niente né col pezzo con cui è incollata né col disco. Ma soprattutto perché di metal ce n'è sempre meno e l'evoluzione verso il progressive è ormai evidente. Diciamo pure che si tratta di un grandissimo disco prog con alcuni significativi intermezzi metal. E per mischiare le carte, a tratti (nella parte finale) i chitarristi anziché coordinarsi come sempre fanno che suonare ognuno per conto proprio. Un effetto chiaramente voluto. E sempre dedicato ai nostalgici. Non do un voto perché quattro anni fa, quando uscì "A matter of life and death" classificai il disco tra quelli che mi piacevano meno. Adesso non riesco a separarmene, conquistato da "Brighter than a thousand suns" e dalla stessa "The legacy". Però posso già dire che cosa mi piace e che cosa no. Traccia per traccia. Satellite 15... The final frontier (Smith/Harris) - Non capisco solo perché un pezzo unico, nonostante il tema di entrambi sia lo spazio. Dell'intro ho già detto che è originalissima, mentre la title track mi ha conquistato fin da subito. In "Satellite 15" ottima prova di Nicko McBrain e dei chitarristi che introducono la tensione per l'episodio che sta per iniziare. "The final frontier" non è un pezzo metal, ma rock puro. Il contesto spaziale è reso benissimo. L'astronauta sa che sta per morire e non ne ha paura: chiede solo di poter dire addio alla sua famiglia. Pezzo semplice e senza pretese, ma accattivante. El Dorado (Smith/Harris/Dickinson) - Prima autocitazione: l'intro-outro del pezzo tratto a piene mani da "Wasted years". La cavalcata monumentale di basso di Steve Harris vale da sola il prezzo del biglietto, ma il pezzo è tra i meno riusciti soprattutto per il ritornello troppo forzato. Però anche una tematica del tutto nuova: la crisi economica e le banche truffaldine. Bravi comunque. Mother of mercy (Smith/Harris) - Il pentimento dei militari che hanno portato la guerra senza sapere il perché e adesso chiedono perdono. Primo episodio progressive puro, benché il brano sia tutto sommato corto. Toccante, dalla musica traspare l'intero travaglio interiore. Finale originalissimo, altro che la solita roba. Applausi ad Adrian e Steve. Coming home (Smith/Harris/Dickinson) - Il lento del disco, sulla scia di "Wasting love" e "Out of the shadows". Molto dickinsoniana. Torna a fare capolino lo spazio lasciato tre tracce prima con "The final frontier". Contrariamente al precedente, qui il tema è quello del ritorno dalla missione. Splendida l'intro-outro. Non piacerà sicuramente ai metallari. The alchemist (Gers/Harris/Dickinson) - Il pezzo più metal, più corto e più deciso del disco. Ricorda "Man on the edge" ed è ugualmente efficace. Un salto indietro nel Medioevo con la figura ambigua e a tratti demoniaca dell'alchimista, tra magia e credulità popolare. Azzeccata. Isle of Avalon (Smith/Harris) - Il capolavoro assoluto del disco. Sperimentale, mai sentita. E il racconto dell'isola di Avalon di tradizione cavalleresca, dove le anime dei morti venivano resuscitate grazie a frutti e prodotti che avevano poteri eccezionali. Cambiamenti di ritmo che solo dei musicisti completi come gli Iron Maiden possono mettere in pratica. E un finale semplicemente travolgente. Applausi a scena aperta ad Adrian e Steve, ancora una volta nella leggenda. Starblind (Smith/Harris/Dickinson) - Il ritmo è lo stesso di "Infinite dreams". Forse il pezzo meno azzeccato del lotto, anche se il tema dell'inganno delle religioni che abbagliano molte persone è sempre attuale. The talisman (Gers/Harris) - L'arpeggio iniziale ricorda quello di "The legacy", anche se è meno leggendario. Pezzo marittimo sulla scia di "Rime of the ancient mariner" e "Ghost of the navigator", ma più tempestoso ancora. Riprende anche il tema di "The pilgrim", costituendone quasi l'antefatto. Progressive puro, ha decisamente un suo perché. Applausi a Janick e Steve. The man who would be king (Murray/Harris) - Altro pezzo prog da leggenda, con un cambiamento di ritmo a metà e un finale stranissimo. Anche la storia ha un suo significato: il ricco principe che lascia quel che ha per migliorare ma pur di diventare re diventa capace di compiere scempi e abomini. Applausi a scena aperta a Dave e Steve. When the wild wind blows (Harris) - La tematica dei falsi profeti di disastri era stata già affrontata in "Die with your boots on", anche se in questo caso la chiave è più futuristica e, in un certo senso, spaziale, con queste catastrofi che tardano ad arrivare. Pezzo ultraprog con diversi cambiamenti di ritmo. Non è il capolavoro del disco come sostengono alcuni, ma lo conclude bene. |
|
| |
|